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Capitolo sesto - In mezzo all'aperta pianura, sotto un cielo senza stelle, nero d'un nero d'inchiostro, un uomo...

Capitolo sesto



 

Gianlino era guarito e aveva ripreso a camminare; ma con le gambe così male in sesto che zoppicava d'ambo le parti. Ma, pure con quell'andatura da anatroccolo, bisognava vedere come filava! Più spedito, si sarebbe detto, di prima, con l'agilità furtiva e sospetta d'una faina.

Quella sera, tra lusco e brusco, stava in agguato sulla via di Réquillart; in compagnia, manco a dirlo, di Berto e Lidia. S'era appostato in un campo incolto a riparo d'uno steccato, di fronte a una botteguccia di commestibili che s'apriva di fianco a un sentiero ed esponeva in vista tre o quattro sacchi di lenticchie e di fagioli, incipriati di carbone; tenuta da una vecchia quasi orba. Sull'anta della porta, appeso a uno spago, penzolava uno stoccafisso; ed era quello stoccafisso, rinsecchito e seminato da sopraluoghi di mosche che i suoi occhi di furetto covavano. Già due volte aveva dato il via a Berto, perché andasse a spiccarlo; ma ogni volta qualcuno era comparso al gomito della strada. Sempre dei rompiscatole che vi impediscono di attendere ai vostri affari!

Stavolta a sbucare fu un uomo a cavallo: il direttore delle miniere! I tre si appiattirono a terra per non farsi scorgere.

Dacché durava lo sciopero, lo si vedeva spesso, Hennebeau, passare così, da solo, incurante del pericolo, in mezzo alle borgate in rivolta; per accertarsi coi suoi occhi di come andassero le cose. E mai un sasso era fischiato ai suoi orecchi; per le strade non incrociava che uomini taciturni, lenti a scoprirsi al suo passaggio; ma rari anche quelli; assai più frequenti, invece, le coppie sulle quali senza volerlo capitava, occupate nei loro nascondigli, più che di politica, a mettere il tempo a profitto.

Per non disturbarle nei loro colloqui tirava diritto senza dar segno di scorgerle; ma quell'orgia sfacciata di amori all'aperto acuiva in lui i rimpianti, gli gonfiava il cuore di desideri inappagati. Né ora, dietro lo steccato, gli sfuggì il groviglio dei due maschietti bocconi sulla bambina: anche i marmocchi pigliavano già gusto a strofinare uno contro l'altro la loro miseria! E ritto in sella, militarmente abbottonato, si allontanò; ma gli occhi gli si erano inumiditi.

- Disdetta porca! non la finiscono più di passare! - brontolò Gianlino, rialzandosi guardingo. - Su, Berto, su! è il momento! Lànciati, presto! Gli dài uno strappone, per far prima!

E l'altro, obbediente, stava per scattare, quando ecco sulla strada comparire altri due. - Mio fratello, accidenti! - imprecò Gianlino, riconoscendo Zaccaria alla voce; Zaccaria che raccontava a Mouquet d'avere scovato, cucita nella sottana della moglie, una moneta da due franchi. Un bazza! Scambiandosi manate sulla spalle, i due amici sghignazzavano di esultanza - Se domani si facesse una bella partita di pallone? che te ne pare? - proponeva Mouquet. - Si partirebbe dal Risparmio alle due, si andrebbe dalle parti di Montoire... - Già! buona idea! - approvava Zaccaria. - Ma che comizio! che sciopero!

(Mille volte meglio godersele, quelle ferie insperate!) E i due già svoltavano, quando - porca disdetta! - l'incontro di Stefano li fermò e si misero a chiacchierare. Gianlino friggeva:

-Ma ci mettono le tende ora qui? E' quasi notte; a momenti la vecchia ritira la mercanzia.

Accompagnandosi a un minatore che andava a Réquillart, ora Stefano passava loro davanti. Dalle parole dei due, Gianlino apprese che l'adunata nella faggeta era rimessa all'indomani: non si sarebbe fatto a tempo in giornata ad avvertire tutte le borgate.

- Sentite? - bisbigliò ai suoi complici il monello. - E' per domani il comizio. Dobbiamo esserci anche noi. Domani pomeriggio si fila, inteso? - E vedendo la strada finalmente sgombra, diede il via a Berto.

Per fortuna, faceva già quasi buio. Spiccata la corsa, Berto s'era appeso allo stoccafisso, strappando lo spago. E agitandolo in aria come un aquilone, ora si metteva in salvo, seguito a gambe levate dagli altri due. Richiamata dal trambusto, la vecchia uscì sulla soglia; e, interdetta, restò lì a strizzare nel buio gli occhi cisposi, senza distinguere chi scappasse a quel modo.

I tre piccoli teppisti cominciavano a impensierire il paese, che ormai scorrazzavano come una banda ladresca. Da principio s'erano accontentati per i loro spassi del piazzaletto del Voreux: ruzzavano nei mucchi di carbone, uscendone conciati come spazzacamini; giocavano a moscacieca tra le cataste di legname, smarrendovisi in mezzo come in una foresta vergine. Poi avevano dato l'assalto al terrapieno; si lasciavano sdrucciolare sul sedere per le ripide scarpate, scottanti pel fuoco che vi covava sotto; si ficcavano nel groviglio di rovi che ne copriva la parte abbandonata; e, nascosti lì dentro, passavano intere giornate a divertirsi zitti come topi in ogni sorta di maliziosi giochetti. Ma il teatro delle loro gesta s'andava ogni giorno allargando: si picchiavano a sangue tra i cumoli di mattoni, scorrazzavano i prati in cerca d'erbe sugose che mangiavano; perlustravano gli argini del canale, frugando nelle pozzanghere e agguantando pesciolini che inghiottivano vivi; si spingevano sempre più lontano, su su sino al bosco di Vandame, alla cui ombra facevano scorpacciate di fragole in primavera, di nocciole e mirtilli d'estate. Sicché in poco tempo l'immensa pianura era diventata tutta loro.

Ma a spingerli a quelle scorribande, a farli battere come lupacchiotti le strade da Montsou a Marchiennes, era, ogni giorno più imperioso, un istinto di rapina. Il capo di quelle spedizioni restava Gianlino; era lui che adocchiava la preda, che aizzava gli altri due a fare man bassa di cipolle nei coltivi, a saccheggiare i frutteti, a sguarnire le mostre delle botteghe. Già in paese quei guasti venivano imputati agli scioperanti; e, nella fantasia della gente, il terzetto diventava una banda di razziatori perfettamente organizzata. Una volta Gianlino non era arrivato a costringere Lidia a derubare sua madre? Tutto un barattolo di zucchero d'orzo era sparito dalla finestra dove la Pierron lo teneva. E la ladruncola, massacrata di botte, non aveva fiatato, tanto era il terrore che il capo le incuteva. Il peggio era che, nella spartizione del bottino, Gianlino si faceva la parte del leone. Berto pure doveva consegnare a lui il ricavo dei furti e ringraziare se il prepotente non lo persuadeva a ceffoni a lasciargli tutto. Sì, da un po' di tempo, della sua autorità Gianlino abusava. Lidia la batteva come si batte un moglie legittima; e della dabbenaggine dell'altro profittava per spingerlo in imprese sballate; per poi sghignazzargli in faccia quando quel ragazzone, che con un pugno lo avrebbe atterrato, ne usciva scornato e malconcio.

Gli è che in fondo Gianlino li disprezzava ambedue, li trattava da suoi tirapiedi. Da qualche giorno, anzi, dava loro a bere d'avere per amante una principessa che si sarebbe schifata di vederseli davanti. Frottola che agli occhi dei due acquistava verosimiglianza dal fatto che, da qualche giorno appunto, lo vedevano spesso dileguarsi all'improvviso, a un capo di strada, allo svolto d'un sentiero, dove che sia; non senza beninteso aver prima intascato il bottino e aver loro ferocemente intimato di rincasare all'istante. Né quella sera andò diversamente.

Fermandosi infatti al primo gomito di strada:

-Da' qui! - ingiunse a Berto, strappandogli lo stoccafisso di mano.

Il ragazzo protestò:

-Ne voglio, sai! Sono io che l'ho preso!

Gianlino alzando la voce:

-Ehi? che dici? Ne avrai se te ne darò; e non stasera, per certo. Domani... se ce ne sarà ancora.

E spinta di malagrazia la bambina a fianco del ragazzo, come un caporale che allinea i suoi soldati, passò alle loro spalle:

-Adesso restate lì fermi come vi ho messi... Se vi voltate, vedete che vi succede! E quando avrete contato sino a cento, e non prima, filate dritti a casa. E se tu, Berto, t'azzardi a toccare Lidia foss'anche con un dito, ricordati che lo saprò e saranno schiaffi che vi vedrete arrivare! - E sgusciò via sui piedi scalzi, sparendo con la leggerezza d'un'ombra.

Fedeli alla consegna, i poveretti non si mossero, nella certezza che se solo si fossero voltati, si sarebbero sentiti arrivare degli schiaffi, senza vedere di dove. I loro cuori erano gonfi del bene taciuto che si volevano; un affetto che aveva fatto maturare a poco a poco tra i due il timore, che li affratellava, di Gianlino. Lui si struggeva dal desiderio di attirarla a sé, di serrarla fra le braccia forte forte come vedeva fare alle coppie; e lei pure ci sarebbe stata: le sarebbe piaciuto sentirsi coccolare, assaggiare un amore che non fosse quello brutale che conosceva. Ma né all'uno né all'altro sarebbe venuto in mente di disobbedire al tiranno. E così nel ritorno, sebbene fosse buio pesto, nemmeno si abbracciarono; camminavano fianco a fianco, traboccanti l'un per l'altro di tenerezza e disperati; certi che, se solo si toccavano, la minaccia di Gianlino s'avvererebbe.

Alla stessa ora, Stefano arrivava a Réquillart. Il giorno prima, la Mouquette lo aveva scongiurato di tornare; e lui tornava; non senza vergogna, cedendo a un'inclinazione per quella figliola che lo adorava come il Bambin Gesù. Ma ritornava col proposito di rompere: la vedrebbe, le spiegherebbe che bisognava rinunziare a vedersi così di spesso, se non si voleva dar nell'occhio. Il momento che i compagni attraversavano era così penoso, che darsi spensieratamente al bel tempo sarebbe stata da parte loro una imperdonabile leggerezza e un affronto alla troppa gente che moriva di fame.

La ragazza però non era in casa. Il giovane allora si decise ad aspettarla lì fuori; e ora cercava di riconoscerla tra le ombre che passavano. In faccia a lui, sotto i resti della torretta crollata, s'apriva l'ingresso dell'antica miniera. Un trave rimasto in piedi, cui era ancora attaccato un pezzo di tetto, si profilava, sinistro come il braccio d'una forca, al disopra del buio vano; e nel muro di sostegno, schiantato, che orlava la bocca del pozzo, due alberi avevano messo radice: un sorbo e un platano che, sospesi così a mezz'aria, parevano sbucare dalle profondità della terra. Era un angolo che l'abbandono aveva rinselvatichito, l'apertura d'un baratro ingombra di assi ammuffite, mascherata d'erba e cespugli; sui quali emergevano dei prugnoli e dei biancospini, popolati a primavera di nidi di capinere. Per evitare ingenti spese di manutenzione, la Compagnia si proponeva di colmare quel pozzo sfruttato; ma il progetto veniva da dieci anni differito per metterlo in esecuzione, si attendeva d'avere provvisto il Voreux d'un sistema d'aerazione indipendente; il focolaio che ora lo alimentava trovandosi in fondo al pozzo di Réquillart il cui canale d'eduzione funzionava da camino. Ci si era perciò accontentati di rafforzare il livello d'acqua con puntelli che attraversavano lo scomparto d'estrazione; ed erano state abbandonate a sé le gallerie superiori, per non tenere in efficienza che la galleria di fondo, in cui ardeva l'enorme braciere d'antracite, d'un tiraggio così potente che, alla chiamata d'aria, scatenava da un capo all'altro del vicino pozzo una vera bufera. Per misura di prudenza, perché non venisse a mancare ogni comunicazione con l'esterno, era stato sì dato l'ordine di conservare il passaggio delle scale; ma di quella manutenzione in realtà nessuno se ne occupava; le scale marcivano nell'umidità, e già qualche pianerottolo era crollato. All'esterno un fitto cespuglio di rovi ostruiva l'entrata; e, siccome la prima scala non esisteva più, per raggiungere in discesa i primi gradini che tenevano, bisognava appendersi a una radice del sorbo e di lì lasciarsi cadere, raccomandandosi l'anima a Dio.

Celato dietro un cespuglio, Stefano aspettava, quando lì vicino un lungo fruscio corse nella ramaglia: certo, la fuga spaventata di qualche biscia. Ma no! che qualcuno strofinava un fiammifero! e al brusco lampo di luce un'ombra si profilava nel buio. Il giovane trasecolò: nell'ombra aveva riconosciuto Gianlino, che, accesa una candela, si calava sotterra. Dove poteva mai andare? Si sporse sul vuoto; il monello già era sparito, solo un vacillante chiarore saliva dal secondo pianerottolo. Non esitò un attimo; abbrancandosi alle radici del sorbo, anche lui si calò; e dopo un salto che avrebbe potuto essere di cinquecentottanta metri - quanti ne misurava il pozzo - e non fu che di sette, con sollievo si sentì un gradino sotto il piede. Prese a scendere cercando di fare meno rumore possibile. Di essere seguìto, Gianlino non s'era avvisto, perché la luce continuava a sprofondare, agitando sulle pareti, ingigantita, l'ombra inquietante del ragazzo, il suo sgangherato zoppicare. Il monello scendeva con l'agilità d'una scimmia; afferrandosi con le mani, puntellandosi coi piedi, aiutandosi col mento nei punti in cui i gradini mancavano. Le scale, di sette metri ciascuna, si susseguivano; alcune ancora solide; altre traballanti, scricchiolanti, lì lì per rompersi sotto il peso; e così i ripiani che le intercalavano, tavolati talmente coperti di muffa che il piede vi affondava come dentro la borraccina. Più si scendeva, più l'aria diventava calda e soffocante: un riverbero di forno, proveniente dal canale di tiraggio, per fortuna poco attivo dacché durava lo sciopero; ché, in tempi normali, quando il focolaio smaltiva la sua razione giornaliera di cinque tonnellate d'antracite, avventurarsi là dentro sarebbe stato arrischiare la vita.

«Non si ferma dunque più questo rospo? dove va mai a finire?» imprecava tra sé Stefano, trafelato. Già due volte il giovane aveva rischiato di precipitare. Sul legno mucido il piede scivolava. Avesse avuto almeno anche lui una candela! il riflesso di quella che fuggiva lì sotto, gli era di così poco profitto che tutti i momenti cozzava in qualche sporgenza. S'erano già discese venti scale; e quello non accennava a fermarsi. Ventuna, ventidue, ventitré... e si sprofondava, si sprofondava sempre. La testa gli pigliava fuoco in quell'aria arroventata. Si giunse finalmente al primo piano di carico: s'erano percorse trenta scale, si era cioè a circa duecentodieci metri di profondità. Lì la luce che lo precedeva si mise a filare lungo una galleria. Per non perderla d'occhio, vi si affrettò dietro anche lui.

«Ancora per molto mi porterà a spasso? - si chiedeva. - Certo è nella scuderia che questa talpa ha messo la tana».

Neanche! il camminamento di sinistra, quello che menava alla rimessa lo sbarrava una frana. La corsa ricominciò; più malagevole ora e più rischiosa. Pipistrelli impauriti s'alzavano a volo, andavano a incollarsi alla volta. Se anche lì il monello avanzava destreggiandosi con un'agilità di biscia, non era lo stesso per il giovane che procedeva con immensa difficoltà. Gli è che, come succede per tutte le gallerie abbandonate, anche questa s'era andata via via restringendo, ricolmata in gran parte dal cedimento delle pareti; tanto che in certi punti il passaggio si riduceva a un budello, prossimo a ostruirsi del tutto. Strozzature per di più che lo sfasciarsi del rivestimento armava di spunzoni, così scheggiati ed aguzzi che ci si feriva contro, rischiando di restarvi infilzati. Stefano doveva quindi avanzare sui ginocchi o carponi, mandando nel buio le mani in avanscoperta. Ci fu un momento che si sentì passare addosso, galoppare dalla nuca ai calcagni, tutta una frotta di grossi ratti atterriti.

Aveva percorso in quelle condizioni un buon chilometro, quando dovette arrestarsi; si sentiva le reni spezzate, il fiato mancare: «Sacradìo, si arriva una buona volta?» Sì, si era arrivati. In quel punto il budello si allargava in una specie di grotta spaziosa, dovuta alla volta rimasta pressoché intatta. Si trovavano in fondo all'antica galleria di carriaggio, scavata contro vena e formante come una grotta naturale.

Gianlino s'era arrestato; e ora, piantata tra due sassi la candela, si metteva con evidente sollievo a suo agio, come chi riprende finalmente possesso del proprio domicilio. Aggeggiata come se l'era, la grotta presentava infatti le comodità d'una abitazione. In un angolo uno spesso strato di fieno invitava a coricarsi; su un tavolo improvvisato con assi, ogni sorta di provviste erano in vista: del pane, delle mele, bottiglie di ginepro incignate - tutto un bottino accumulato in settimane di ruberie, nel quale figurava anche il superfluo, come dei pezzi di sapone e delle scatole di lucido da scarpe, rubate evidentemente per il semplice gusto di rubare. Era dunque anche egoista, Gianlino! ferocemente, se tutta quella abbondanza se la teneva per sé.

Rimasto in contemplazione di quel magazzino di refurtiva il tempo di rifiatare:

- Ah, è dunque qui! - esclamò a un tratto, facendolo sobbalzare,- ah è dunque qui che vieni a rimpinzarti! te ne infischi tu, che noi di sopra si crepi di fame!

Riconoscendo la voce, l'altro si riprese subito:

-Ce n'è anche per te, se ne vuoi! Ti andrebbe per esempio un pezzetto di questo, scottato sulla brace? - e mostrava lo stoccafisso. Dicendo, cavò un coltello a lama fissa, nuovo di trinca; e con quello si mise a ripulire il pesce delle cacatine di mosca.

- Che bel coltello che hai! - l'altro lo adulò, facendoglisi vicino.

Era uno di quei piccoli coltelli-pugnale dal manico d'osso, inscritto di solito di un motto. Su questo si leggeva: "Amour".

- E' stata Lidia a regalarmelo! - rispose lui. (In realtà, la ragazzina, incitata da lui, lo aveva sottratto con destrezza a un venditore ambulante fermo col suo carretto davanti al caffè della Testa Mozza. Ma Gianlino non entrò in particolari).

Seguitando a raschiare:

-Non è vero che si sta bene qui? Si patisce meno freddo e l'aria sa di buono.

Stefano gli si era seduto vicino: ci teneva a farlo discorrere. La sua ira era sfumata per lasciare il posto a una specie di ammirazione per quello scavezzacollo così abile e industrioso quando voleva.

Si stava bene, infatti, in quel buco. Nel tepore che vi regnava, non si poteva pensare senza raccapriccio al freddo dell'esterno. Col tempo, le miniere si liberano dei gas nocivi: non si avvertiva alcun sentore di grisù, ma solo un odore di vecchio legno muffito, un aroma come di etere, pimentato da una punta di garofano. Il rivestimento in quell'ombra aveva assunto invecchiando la patina giallina del marmo; e si fregiava di bianche efflorescenze simili a trine, di vegetazioni fioccose che parevano vestirlo d'una passamaneria di seta o di perle.

Altre travi si coprivano di fungosità. Ragni di neve s'appendevano a fili; farfalle e mosche bianche aliavano intorno: tutta una fauna scolorita che il sole non aveva mai toccato.

- Sicché non hai paura tu qui? - La domanda lo sorprese:

-Di che, paura? dal momento che sono solo!

Aveva finito di raschiare; e ora, acceso un fuocherello di legna, ne sparpagliava le braci, vi teneva sopra il pesce ad arrostire. Quando lo giudicò sufficientemente cotto, spartì un pane in due: metà per sé metà per l'inatteso ospite. Il piatto era terribilmente salato, ma squisito per uno stomaco di struzzo. Mordendo la sua parte Stefano:

- Ora non mi stupisco più che tu ingrassi mentre noi si dimagrisce a vista d'occhio! Ma non lo sai che sei un bel porco a rimpinzarti da solo? Agli altri non ci pensi?

- Oh bella! che colpa ho io se gli altri sono fessi?

- Fai bene del resto a nasconderti. Se tuo padre sapesse che rubi, ti concerebbe per le feste.

- Come se i ricchi non rubassero anche loro! E a noi! Non lo dici sempre, tu? Il pane l'ho fregato a Maigrat; ma sapevo bene, portandoglielo via, che era roba nostra sacrosanta che mi riprendevo. Il non trovare che rispondere e la bocca piena persuasero Stefano a non ribattere. Lo osservava, quel ragazzo, che la miniera si può dire aveva figliato, per poi quasi accopparlo; quel muso, quegli occhi verdi, quelle orecchie a ventola, quel cranio dove una furberia da selvaggio teneva il posto d'intelligenza; quella specie d'aborto umano avviato a tornare allo stato di bruto.

- E Lidia, - chiese, - la conduci qui qualche volta?

Lui con un riso sprezzante:

- La piccola? Neanche per idea. Le piscione chiacchierano troppo!

Che s'erano mai visti, seguitava a dire pieno di disdegno, degli stupidi come lei e Berto? Il pensiero che si bevevano tutte le sue frottole e se ne andavano a mani vuote mentre lui si godeva al caldo i proventi delle loro fatiche, lo faceva gongolare. Poi, con la comica gravità dell'uomo vissuto:

-Meglio vivere soli! - concluse. - Almeno si va sempre d'accordo!

Stefano, che aveva finito il suo pane, vi bevve sopra un sorso di ginepro. Un momento fu tentato di ricambiare l'ospitalità, riportando fuori per un'orecchia il piccolo gaglioffo e minacciandolo, se non la smetteva di rubacchiare, di spifferare ogni cosa al padre. Ma un'idea che gli era balenata da un po', lo dissuase: chi sa che un nascondiglio sicuro come quello non diventasse prima o poi provvidenziale per i compagni e per sé: se le cose si mettevano male... Cosicché si contentò di far giurare a Gianlino di andare almeno a dormire a casa; e, preso un pezzo di candela, partì, lasciando l'altro tranquillamente occupato a riordinare la casa.

Fuori, trovò la Mouquette che, seduta su una trave, s'era, nonostante il gelo, ostinata ad aspettarlo. Vedendolo, la ragazza gli si buttò al collo; e quando lui le disse che aveva deciso di non vedersi più, fu come le piantasse un coltello nel cuore. Oh, ma perché? non gli voleva forse abbastanza bene? Nel timore di cedere alla tentazione di seguirla in casa, Stefano la trasse con sé sulla strada, spiegandole con la maggiore dolcezza possibile che quella relazione lo pregiudicava agli occhi degli amici.

- Nella mia posizione, capisci? Politicamente!

Lei si stupì. Che c'entrava la loro relazione con la politica? Poi le balenò il sospetto che il giovane si vergognasse di lei; e trovava la cosa quanto mai naturale, non se ne offendeva:

-Se è per questo, ti do ragione,- gli disse. - Anzi, senti: ti fai vedere da tutti a darmi uno schiaffo: io mi presto. Così tutti sapranno che m'hai piantato. Ma di quando in quando, però, noi si seguita a vederci; di nascosto, un momentino. Oh, di questo, te ne scongiuro! no, non mi dire di no! Te ne vai quando vuoi, io non ti tratterrò, te lo giuro!

Nonostante la pietà che gli faceva, Stefano tenne duro. No, era proprio necessario troncarla. Ma di piantarla lì, dopo quel rifiuto, non si sentiva; lasciandola, almeno abbracciarla. Passo passo erano giunti alle prime case di Montsou; sul loro capo splendeva una grande luna piena; e i due si tenevano strettamente abbracciati, quando qualcuno venne a passare: una ragazza che riconoscendoli ebbe un brusco sobbalzo, come inciampasse in un sasso.

- Chi è? - chiese Stefano, contrariato.

- E' Caterina che torna dalla Jean-Bart.

Eccola, infatti, di spalle. Proseguiva a capo basso, le spalle accasciate, il passo incerto. Gli bruciò d'essersi fatto vedere da lei, ne provò rimorso... Perché poi? non aveva anch'essa un uomo? non era stata lei la prima a dare a lui quel dolore la sera di Réquillart? Eppure il pensiero d'averle reso pan per focaccia lo desolava.

La Mouquette dovette leggergli in cuore, perché sciogliendosi dal suo abbraccio:

-Devo dirtelo? - tra i singhiozzi mormorò. - Se non mi vuoi è che c'è un'altra che ti preme.

L'indomani fu una splendida giornata: una di quelle rigide e terse giornate d'inverno che la terra indurita risuona sotto i passi come una lastra di cristallo.

Dal tocco Gianlino se l'era battuta; ma dovette aspettare un pezzo dietro la chiesa l'amico e poco mancò partissero senza Lidia. Solo all'ultimo momento la madre l'aveva liberata, minacciandola di chiuderla di nuovo la notte seguente in cantina coi topi, se non tornava con una buona provvista di radicchio. Per cui, atterrita dalla minaccia, la ragazzina avrebbe voluto prima di tutto riempire il cavagno; ma Gianlino si oppose: che urgenza c'era? Urgente era invece impadronirsi di Polonia, la grossa coniglia di Rasseneur: una cattura che il monello meditava da tempo. Caso volle che mentre passavano davanti al Risparmio, Polonia sbucasse giustappunto sulla strada. D'un balzo Gianlino le fu sopra, la abbrancò per le orecchie, la ficcò nel cavagno; e via tutti e tre: ora ci si divertirebbe a farle fare le corse sin su alla faggeta.

In quella comparirono sulla strada Zaccaria e Mouquet con altri due; bevuta una birra al Risparmio, i quattro si disponevano a iniziare la grande partita. La posta era un berretto e un fazzolettone rosso da collo, depositati nelle mani di Rasseneur. Le due coppie - capitanate una da Zaccaria, l'altra da Mouquet - si disputarono la prima tappa: un tratto di circa tre chilometri, dal Voreux alla fattoria Paillot.

Vincitore uscì Zaccaria che aveva scommesso di coprirlo in sette mandate, contro le otto chieste da Mouquet. La palla o "cholette" - un uovo di bosso - fu collocato in terra ritto. I giocatori brandivano ciascuno la "crosse", un mazzuolo dalla testa di ferro innestata su un largo manico, sul quale, per facilitarne la presa, era fittamente avvolta una cordicella.

Il rintoccare delle due fu il segnale della partenza. Zaccaria iniziò la partita con un colpo magistrale che in tre riprese mandò la palla a più di quattrocento metri attraverso i campi di barbabietole. (Per le strade e nell'abitato era proibito giocare, ché il gioco aveva già fatto delle vittime).

Non meno in gamba dell'avversario, Mouquet ribatté la palla con tanta energia che con un colpo solo la ributtò indietro cinquecento metri. E così seguitarono: una coppia lanciandola innanzi, l'altra rintuzzandola; sempre a passo di corsa, attraverso campi arati, inciampando e ammaccandosi i piedi contro le zolle indurite dal gelo.

Da principio, Gianlino e gli altri due, entusiasmati dai bei colpi, avevano seguìto i giocatori. Ma poi, ricordatisi della coniglia che si sballottavano dietro nel canestro, l'avevano tirata fuori e mollata in piena campagna, per vedere come se la cavava a correre. Al suo scattare, i tre spiccarono la corsa; e si iniziò uno scalmanato inseguimento, che si protrasse un'ora buona; tra strilli lanciati per spaventarla, continue insidie tese per farla cadere, tentativi di riacchiapparla, che Polonia ogni volta eludeva. Se non l'avesse impacciata un principio di gravidanza, i tre si sarebbero spolmonati a correre invano. Ripigliavano fiato, quando un'imprecazione li fece voltare; era Zaccaria, che aveva visto la sua palla passare a un dito dalla testa del fratello. I tre erano ricaduti in piena partita. Si disputava la quarta tappa; la seconda aveva spinto i giocatori dalla fattoria Paillot ai Quattro Canti; di lì a Montoire, la terza; e ora in sei riprese stavano coprendo il tratto da Montoire al Prato delle Vacche. In totale due leghe e mezzo in un'ora; senza contare il tempo perduto a rinfrescarsi l'ugola da Vincenzo e allo spaccio dei Tre Saggi. Di mano, stavolta era Mouquet; due scatti ancora in avanti e avrebbe vinto. Ma Zaccaria fu così abile nel controgioco che mandò la palla a ruzzolare in un fossato; così profondo che il compagno di Mouquet non riuscì a ripescarla. Tutti e quattro gridavano; l'interesse della partita s'acuiva perché, il punteggio essendo pari, bisognava ricominciare. Dal Prato delle Vacche alle Erberosse non c'erano che due chilometri, da coprire in cinque mandate. Una volta arrivati là, ne berrebbero un gotto da Lerenard.

Gianlino lasciò che andassero avanti: gli era venuto in mente un bel gioco. Si cavò di tasca e legò a una zampa posteriore di Polonia un pezzo di spago. Se l'era immaginato, lui, che lo spettacolo sarebbe buffo! Nel tentativo di distanziarsi dai suoi tormentatori, la coniglia arrancava, sciancandosi in modo così pietoso che dal ridere quelli si spanciavano. Non contenti, dello spago le fecero un collare; e s'aspettavano di poter metterla al trotto come un animale da tiro; ma visto che Polonia non galoppava come avrebbero voluto, presero essi a tirarla, a trascinarla un po' sul dorso, un po' sulla pancia. Il passatempo durava da più d'un'ora, quando, rantolante, la rificcarono in fretta e furia nel cavagno: di lì sopra, dal bosco di Cruchot, arrivavano le voci di Zaccaria e degli altri, ai quali i monelli venivano per la seconda volta ad attraversare il gioco. Quelli ormai divoravano i chilometri senza concedersi altro riposo che il tempo di vuotare un gotto nei locali che si proponevano a meta. Dalle Erberosse s'erano spinti a Buchy; di lì alla Croce di Pietra, dalla Croce a Chamblay. Del loro scalpitare dietro i balzi della palla, il terreno risonava; con quel gelo, non si affondava e quindi non c'era rischio di rompersi una gamba. Nell'aria asciutta i colpi di mazzuolo crepitavano come fucilate. Impugnandone il manico, i giocatori si buttavano avanti con tutto il corpo, come assestassero la mazzata al bue; per ore, senza mai stancarsi; percorrendo leghe e leghe; saltando fossi a piè pari, scavalcando siepi, muretti di cinta, rovinando giù per scarpate. Un esercizio che, a durarlo, occorrevano polmoni come mantici e ai ginocchi cerniere di ferro; e nel quale i quattro si disanchilosavano le articolazioni arrugginite nelle miniere. Un gioco che agli appassionati di venticinque anni faceva percorrere sin dieci leghe; e nel quale, per mancanza di elasticità, già a quaranta nessuno si cimentava più.

Suonarono le cinque; il giorno cominciava a declinare. Per decidere a chi toccava la posta, restava un'ultima tappa, sino cioè alla faggeta di Vandame; «dove», ridacchiava Zaccaria nel suo sprezzo per la politica, «sarebbe bella capitassimo in pieno comizio».

Gianlino, al contrario, senza averne l'aria, non un momento in tutta la passeggiata, aveva perso di vista quella meta. Tanto che s'infuriò contro Lidia che, presa da scrupoli, parlava di tornarsene per cogliere il radicchio. Non assistere al comizio, ora che ne erano a pochi passi? per conto suo, egli ci teneva a sentire quello che i vecchi avrebbero detto. E propose di accorciare la strada che restava con una nuova trovata: sino ai primi alberi si farebbero precedere da Polonia, cacciata avanti a sassate. In cuor suo, ma lo taceva, il monello s'augurava che nel tragitto la bestia ci restasse; lo mordeva una sorda bramosia di accoppare la coniglia, per portarsela nella miniera a Réquillart e papparsela da solo. Rimessa a terra, la malcapitata riprese la corsa, le orecchie ciondoloni, arricciando il naso. Un sasso le spelacchiò il dorso, un altro le mozzò la coda; e per quanto il calar della notte la aiutasse a sottrarsi ai colpi, ci sarebbe rimasta, se tutto a un tratto i suoi carnefici non si fossero visti davanti, a pochi passi, Maheu e Stefano, ritti al centro d'una radura. Impauriti, raccattarono Polonia e la rificcarono nel cavagno.

Quasi nello stesso istante, l'ultimo colpo di mazzuolo mandava la palla a cadere a qualche metro dal luogo del raduno. E così giocatori e monelli capitavano insieme in pieno comizio.

Dal primo calare del crepuscolo, per strade e sentieri era, in tutto il paese, un incamminarsi di gente, un silenzioso affluire d'ombre, dirette in comitiva o alla spicciolata verso l'orlo violaceo della faggeta spoglia. I borghi operai si vuotavano; donne e bambini ne partivano come per una passeggiata, sotto il vasto cielo terso. Ormai non si distinguevano più: l'ombra aveva invaso i camminamenti; ma di quella folla in marcia che, spinta da un solo impulso, sorretta da una sola speranza, s'indirizzava alla stessa meta, si percepiva il fruscio contro siepi e cespugli, il sommesso parlottare, il concorde scalpiccio.

Ed era a quei vaghi confusi rumori che Hennebeau, di ritorno dalla sua cavalcata, tendeva a quella stessa ora l'orecchio. Quante coppie aveva incontrato nella bella serata invernale! quanti amanti visto perdersi nella macchia o sparire dietro un muretto, con le labbra unite!

Non gli capitava ogni volta che usciva, di scoprire dall'alto della sua cavalcatura ragazze ribaltate in fondo a fossati, straccioni occupati a far scorpacciate della sola gioia che non costava nulla? E poi, questi imbecilli ardivano ancora lagnarsi della loro vita, quando a tiro di mano avevano l'unica felicità che meritasse al mondo un tal nome! Oh come volentieri egli avrebbe accettato di dividere con loro la fame, purché gli fosse stato concesso di ricominciare l'esistenza a fianco d'una donna che gli si fosse data con tutto l'ardore dell'anima e dei sensi, magari su un mucchio di ghiaia! Come li invidiava quei poveracci! come li sentiva senza confronto più felici di lui!

E così, a capo basso, procedeva lentamente verso casa; straziato da quei bisbigli che sorgevano e si spegnevano qua e là per la campagna già buia e nei quali la sua amarezza non riconosceva che baci

 

2010-07-19 18:44 Читать похожую статью
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